STELLE E STRISCE: Perturbazione
I Perturbazione sono una indie band nata a Rivoli (To). Il loro ultimo cd si intitola Del nostro tempo rubato ed è uscito a maggio. Il loro tour comincia il 28 maggio da Roma. Trovate tutte le info sul loro sito www.perturbazione.com
:: Avete pubblicato un cd, dal titolo Enlarge your English, che raccoglie le canzoni composte per la casa editrice di libri scolastici Loescher, pubblicate finora all’interno di libri didattici volti a insegnare l’inglese nelle scuole: un lavoro davvero meritevole. Specie in un paese in cui la conoscenza delle lingue straniere, e dell’inglese in particolare, è molto trascurata.
La storia è abbastanza semplice: Tommaso, il nostro cantante, è quasi madrelingua. Ha studiato per un po’ in lingua inglese al “Collegio del mondo unito”; sua madre ha fatto per una vita l’insegnante d’inglese. Ha scritto diversi libri di testo: a un certo punto lei e il suo l’editore ci hanno chiesto, per un suo libro, di scrivere alcuni canzoni (ed eseguire alcune cover “classiche”: Beatles, Queen etc) che avessero dei testi facilmente comprensibili per chi doveva imparare l’inglese a scuola. L’operazione oltre ad andare oltre le nostre più rosee aspettative è stata molto più divertente del previsto: avendo preso il lavoro con piglio leggero e adolescenziale non ci siamo dati barriere compositive e tutto è filato liscio. Quanto all’inglese qui in Italia, come disse Rutelli con impeccabile accento cockney: visit our website, but please, visit our country! Eccome come stiamo messi…
:: Tra le vostre pubblicazioni ci sono vinili (come il cd Città viste dal basso) ma anche offerte via streaming: come convivono supporti così diversi? Nel futuro ci sarà spazio per tutti quanti o si passerà totalmente al digitale?
Il futuro, almeno per quanto ci riguarda, è probabile che vada verso una formula cosiddetta mista: difatti al momento è difficile discostarsi dal sistema che Chris Anderson (direttore della rivista americana Wired, nel suo saggio dal titolo Free) definisce “freemium”: ossia un sistema economico che incrocia gratuito (free, come il nostro Enlarge Your English è stato per gli utenti del web) e “premium”: ossia prodotti, dischi nel nostro caso, a pagamento, più tradizionali. Questo anche perché, nonostante tutto, noi abbiamo ancora grande fiducia “narrativa” nei confronti dell’oggetto disco (vinile, cd o cos’altro sia) come testimonia la durata “enciclopedica” de Del nostro tempo rubato.
:: Parlateci del vostro prossimo cd, Del nostro tempo rubato che esce nella seconda metà di maggio: com’è nato? Come mai la scelta di un “quasi-doppio” album di 24 canzoni?
Ogni musicista dichiara che il suo ultimo disco è il migliore. Ci accodiamo al luogo comune, ma questo lo sentiamo davvero così. È il “nostro” disco più ambizioso e rischioso; è pieno di tutto ciò che farcisce le nostre vite: amore, morte, sesso, paura, partenze, giochi, prese in giro, stagioni, notti che sembrano coltelli. Risente di quella magia propria del rock classico, quando gli album così lunghi (Beatles, Husker Du, minutemen, Clash, XTC etc.) di fatto erano doppi. L’album è nato in un momento di grande difficoltà: alla fine del 2007 il nostro bassista storico decide di mollare, e noi al contempo decidiamo di lasciare la EMI, con cui non abbiamo mai veramente legato. A quel punto siamo stati a un passo così dal farla finita. In un bar, discussioni, e tristezza. E invece no, visto che abbandonare è sempre più facile che insistere. Con pazienza, isolamento, scazzi e molta passione abbiamo ripreso a scrivere. Prima in acustico ed elettronico, poi tutti assieme. Abbiamo “rubato” un sacco di tempo alle nostre famiglie per fare questo disco, ci siamo rubati un mucchio di tempo vicendevolmente ed eccoci qui, più decisi che mai. Il sacrificio è valso la pena, o almeno così ci sembra.
:: A quando il vostro tour? Farete mai un salto negli States?
Il tour partirà in coincidenza con l’uscita del disco, due settimane dopo. Speriamo sia lungo, stancante, pieno di chilometri e canzoni. Moriamo dalla voglia di portare in giro le canzoni vecchie e quelle nuove assieme, abbiamo grande desiderio di tornare a suonare più stabilmente dal vivo dopo anni intermittenti. Quanto agli States, naturalmente rimane un sogno. Abbiamo esplorato un pochino l’Europa (Lussemburgo, Germania) ed è ovvio che la barriera linguistica rispetto alle nostre canzoni sia un problema. Ma Tommaso, come detto, ha un ottimo inglese ed è quindi bravissimo, sul palco, anche a “switchare” da una lingua all’altra per spiegare meglio chi siamo. E cosa cantiamo. Chissà, magari, in futuro, speriamo…
:: Il vostro rapporto con NY. Il luogo del cuore che volete consigliarci?
New York è tutti i film che abbiamo visto, una fetta del nostro immaginario: non necessariamente Manhattan o tutto Woody Allen, ma basta prendere per esempio anche alcune delle più belle pellicole uscite di recente, tipo L’ospite inatteso o Two Lovers. Basta l’inquadratura di una fermata della metropolitana, di una piazza, di una strada notturna illuminata ed ecco che tutto sembra ritornare. Le mille luci di New York della nostra adolescenza (Jay McInerney), il CBGB’s (quel che fu…), Ramones, Sonic Youth e Patti Smith ieri; Interpol, National, Strokes etc oggi. Che dire per evitare le banalità? Nulla. È una città pazzesca. E proprio perché è tale viene da consigliare, se costretti, un luogo semplice ma che vale da perfetto punto d’osservazione: Union Square, con un caffé lungo da una parte e un bagel nell’altra, seduti per terra, lì: la maniera migliore per interpretare e vedere la città e forse un pezzo di mondo.
:: Dalle vostre interviste si intuisce un rapporto davvero stretto con Torino: non avete mai voglia di scappare, magari all’estero, magari a NY?
Umberto Eco ebbe a dire che è facile immaginare Torino senza l’Italia, ma non l’Italia senza Torino. Questo spiega molto. Rimane uno di posti migliori d’Italia dove vivere, giusto compromesso tra sud (del mondo, per via dell’immigrazione di ieri e di oggi) e nord (nel senso migliore di efficienza e fermiamoci qui). Tra metropoli e provincia. Rimane una città con cui fare i conti quotidianamente, non sazia e per molti versi anche dura. Ciò detto, da qui come da qualsiasi altro posto uno vorrebbe sempre scappare. Per poi ritornare. New York è un posto incredibile, “il” posto dove tutto pare accadere (parlando naturalmente di arte, cultura, spettacolo, moda etc.), chi non vorrebbe viverci? Si ha questa idea, come per Londra, tipo, che sia frenetica e invivibile. La sensazione è piuttosto che sia vero il contrario: che è proprio in quel meticciato globale, in quella velocità e carica di vita continua che filtri lo spirito dei tempi.
:: Sul vostro sito www.perturbazione.com dite: “E’ l’epoca dell’i-pod, dello skip, degli ascolti distratti e della disattenzione, del tutto-e-subito (…) Poi, nella vita di tutti capita prima o poi un trasloco. Ed è allora che scopriamo il peso delle cose di cui siamo circondati. Del loro effettivo valore e di quanto questo conti o meno nelle nostre vite. (…) E’ venuto il momento di un bel trasloco collettivo?”.
Ce lo chiediamo anche noi di Nuok, estendendo la metafora, visto che la maggior parte dello staff è emigrata a New York: voi cosa pensate di questo fenomeno?
Chi ha avuto la necessità e la forza di emigrare ha tutta la nostra ammirazione e supporto, ben sapendo che poi è facile fare ironia nei confronti di chi invece resta. Chi si trasferisce incontra nell’immediato dei problemi spaventosi, chi resta li lascia lì sul campo per tutta la vita, ed è duro il doppio. Nel nostro nuovo disco c’è una canzone che si chiama La fuga dei cervelli. E con questo è tutto!? C’è una valenza doppia, ironizziamo su uno dei grandi tormentoni italici attuali (drammaticamente veri, ossia la fuga di chi non ha chance in Italia oppure non ne può più: come biasimarlo?), ma è anche un momento per scherzare sul fatto che molti nostri connazionali hanno perso di vista il proprio, di cervello. Noi abbiamo traslocato letteralmente (cambiando case per via di famiglie che si allargavano e insofferenza nei confronti di luoghi abitati a lungo) e metaforicamente. Siamo tornati indipendenti dopo cinque anni, abbiamo deciso che era ora di metterci tutto il coraggio e le energie del caso. Anche per noi nell’immediato è stata dura, ma si dice che la fortuna aiuti gli audaci, speriamo quindi che questo “trasloco” artistico ci porti dove desideriamo. Ossia a poter continuare a fare al nostro meglio ciò che già facciamo da anni. Sapendo che in mezzo c’è stata una mezza rivoluzione (trasloco!) con noi stessi: ora siamo molto più consapevoli.
A voi vanno i nostri migliori auguri, sperando di poter incrociare le nostre strade (a New York, però). Mettiamola così: noi siamo i vostri cugini che resistono. Non abbiamo alcuna fiducia nell’Italia, come abbiamo detto più di una volta, ma continuiamo ad averne molta nell’italiano (nel senso della lingua, sperando di essere all’altezza). E forse è questo che ci frega: voler continuare a raccontare storie, emozioni, sogni, fette di quel che ci sta attorno, con questa nostra maltrattata lingua. Questo disco nuovo, soprattutto, è un gazzettino emotivo dell’Italia di oggi. Del nostro tempo rubato, appunto.
Marianna Martino, 1983. I am a publisher, an editor and an events and writing classes creator. I play with words to create peculiar and specific editorial and communication contents. I am always thinking about something new, while I am eating or going to the movies. Food and cinema are my biggest interests! (marianna@nuok.it)













