HUMUS: Giorgia Petrini e L’Italia che Innova

22 April 2010

12 HUMUS: Giorgia Petrini e LItalia che InnovaTorniamo a parlare di innovazione – proprio come avevamo iniziato a fare con Emil Abirascid. Oggi abbiamo ospite Giorgia Petrini e la sua Italia che Innova.

Una carica di ottimismo (finalmente!), tantissime proposte ed un importantissimo consiglio: Never, never, never, never give up!

Alice Avallone

:: Carissima Giorgia, benvenuta su Nuok! Ci racconti brevemente di te, e di come nasce L’Italia che Innova?

Sono un’imprenditrice seriale dal 1995, oggi CEO e Partner di GPA Gruppo Progetti Avanzati, azienda operante nell’ambito delle nuove tecnologie e nel mercato B2B. Sono una blogger e opinion leader dal 2003 e nel 2009 ho scritto un libro sulla leadership giovane e sull’innovazione dal titolo “L’Italia che innova” edito da Koinè Nuove Edizioni, dal quale ha preso vita il progetto Side Leaders che si pone l’intento di rilanciare l’economia italiana attraverso la creazione di imprese di prima generazione (giovani leaders italiani = talento e valore) e nell’ambito dei nuovi mercati e delle nuove tecnologie.

L’Italia che innova nasce da alcuni desideri che avevo da parecchio tempo, scossi ulteriormente da qualche “brutta esperienza” fatta negli ultimi 3 anni:

1) rilanciare l’ottimismo dei giovani in un Paese che non premia sufficientemente il merito, e che offre poche possibilità al dinamismo del talento e all’innovazione più competitiva, attraverso la narrazione di casi di successo nostrani che potessero rappresentare uno spunto per chi, nonostante tutto, continua ad avere voglia di scommettere;

2) portare all’attenzione dei più giovani (ma anche della classe dirigente più anziana) temi pochi noti nel nostro Paese (come il venture capital);

3) portare all’attenzione del pubblico alcuni dei nostri migliori casi di successo, sconosciuti perfino in Italia;

4) tentare di dare uno sprone ad un Paese che investe molto nel passato e molto poco nel futuro, quindi nella vera innovazione e nelle tante capacità che avremmo di poter davvero rilanciare l’Italia nell’economia mondiale.

:: Nel 2009 sei stata selezionata tra i 12 vincitori del Premio Nazionale Tular come “Miglior giovane talento emergente Nazionale che ha ottenuto risultati di prestigio in differenti campi di attività” e nel 2010 tra i 15 vincitori del Premio delle Giovani Eccellenze per l’imprenditoria del Comune di Roma. Allora è ancora possibile far riconoscere il proprio valore in Italia?

Io sono sempre del parere che “chi fa da qualche parte arriva”, ma se dovessi darti una risposta “assoluta” ti direi che in Italia, per far emergere il proprio valore o il proprio talento, non basta il requisito di partenza. In un Paese realmente meritocratico, l’emersione del talento e la ricchezza concessa al valore delle persone e alle loro capacità, sono processi che dovrebbero avvenire in modo naturale e quotidianamente. Il mercato o il contesto sociale dovrebbero essere indici supremi di una “selezione naturale della specie” (i migliori in assoluto), ma per arrivare a tanto le cose da fare prima sono quelle che realmente determinano le possibilità che ognuno di noi ha di poter riuscire un giorno ad essere “premiato” in qualche modo per quello che fa o per quello che ha fatto e qui, purtroppo, c’è un tasso di mortalità che non perdona. Nella maggior parte dei casi, i nostri giovani (anche i migliori) mollano; dopo poco tempo, e io dico in parte giustamente, si rassegnano di fronte all’incapacità (molto spesso anche non voluta) di questo Paese di riuscire a riconoscerne il merito quando dovrebbe farlo e non quando è ormai troppo tardi: i più coraggiosi in genere vanno all’estero. Chi decide di restare in Italia, finisce 9 volte su 10 a fare un mestiere “qualunque” per sopravvivere… e non tutti hanno il “dono caratteriale” o “la fantasia” di sentirsi dei leader, soprattutto in un Paese in cui la leadership di Jack Welch è ben lontana dai libri di scuola.

:: Ci racconti qualcosa anche di SIDE LEADER?

Side Leaders oggi è una associazione che si avvale (ad oggi con risorse proprie di chi è direttamente coinvolto nell’avanzamento dei lavori) di un grande progetto nazionale per la creazione di nuove imprese di prima generazione che vogliano puntare al mercato globale attraverso le nuove tecnologie e i mercati più competitivi. E’ un progetto nato dopo la stesura del libro in risposta a tutti i disagi che, in relazione a merito e talento, i nostri giovani italiani vivono in Italia e si rivolge a tutti quei leader che, anche nel libro, io chiamo “Side”… al confine, nell’ombra, ragazzi giovani (spesso giovanissimi) che hanno in mano, in mente e nel sangue, i cromosomi giusti per poter portare questo Paese all’apice dei principali mercati internazionali. Ad oggi, nessuno si prende realmente cura di questo “patrimonio nazionale”. Side Leaders nasce per poterlo fare attraverso un network di sistema fortemente radicato sul territorio e con il sostegno di tutti gli attori necessari al successo dei nostri obiettivi, istituzioni comprese, che in Italia sono sempre determinanti per la vera riuscita di una missione nazionale.

:: C’è qualcosa che dobbiamo invidiare agli altri paesi esteri?

Io dico sempre tante cose in più quante sono quelle in meno. Non si può generalizzare. Se restiamo su questi temi (talento, merito, competitività, innovazione, nuovi mercati e ricchezza sociale), dobbiamo invidiare Paesi coma l’America, l’Inghilterra o la Francia. Per certi versi perfino Cina, Giappone e Brasile (meglio noti come Paesi “più poveri di noi”) stanno superando l’Italia in settori strategici (dalla tecnologia alle infrastrutture). Ti rispondo che saremmo nella condizione assoluta di non invidiare nessuno perché siamo la grande Patria della creatività, dell’arte, della cultura, del design, della scienza e del genio assoluto da sempre, ma che abbiamo una valanga di problemi da risolvere che vanno dalla banale componente anagrafica (fatta di uno scarso e complicatissimo ricambio generazionale), alla mancanza di una sana evoluzione di merito nelle classi dirigenti (nelle grandi aziende come nelle istituzioni, nelle università come nelle imprese) di questo Paese. Il familirismo è un problema che alla fine esiste ovunque nel mondo, ma negli altri Paesi si finiscono le strade, nascono nuove imprese e si investe sui giovani e sul futuro: qui da noi siamo arrivati ad un livello tale per cui, come dice uno dei leader del mio libro “la struttura parassitaria ha invaso l’animale ospite”. Se sei un tipo tosto, tenace e dal pugno duro ce la fai, altrimenti… è dura. Il che non significa non farcela, ma insistere, insistere, insistere, se lo vuoi e se ci credi, ma soprattutto se vuoi rimanere in Italia perché ami questo Paese (come me).

:: Hai intitolato uno degli ultimi capitoli del tuo libro “Never, never, never, never give up!”. Hai altri consigli per chi sta pensando al proprio piano di fuga dall’Italia?

Il capitolo al quale fai riferimento si riferisce proprio all’unico protagonista che non è ancora un leader e che sta (appunto) scappando dall’Italia. E’ indubbiamente il primo buon consiglio che do sempre a tutti i giovani che vedo ormai ogni giorno e credo anche sia in realtà l’unico “davvero necessario”. Quello della transizione, tra il non essere ancora nessuno e il voler diventare qualcosa, è il momento più difficile per chi intende fare nuova impresa o crede di voler comunque attivare un percorso di leadership anche in una grande azienda. E’ il momento in cui avviene di fatto la più alta percentuale di mortalità di cui sopra dicevamo, per cui è un elemento necessario, fondamentale e primo in testa a tutti. Nel libro scrivo della fuga di cervelli nella prima parte affrontando il problema a livello sociale e generazionale, quindi ti rispondo con la stessa visione. La domanda giusta sarebbe: “Se ti faccio restare qui, cosa ho da farti fare (io Paese)? Cosa posso proporti se vivi in un Paese che parla una lingua diversa dalla tua?”. Il problema è che seppure dovessi convincerti a restare in Italia, oggi qui probabilmente non troveresti quello spazio che invece altrove hai già trovato. Uno dei principali meriti della globalizzazione è proprio quello di poter offrire ai giovani “voli low cost con i quali poter girare il mondo intero in 20 giorni”. Io dico “va dove ti porta il cuore perché solo lì saprai davvero essere te stesso, ma se ami il tuo Paese fai di tutto per restare”.

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Alice Avallone è nata il 15 dicembre 1984 ed è una criminale. Ha spiato le persone sui treni. Ha gestito un supermercato di persone in vendita. Ha favorito relazioni clandestine. Ha fatto navigare molti bambini. Ha accettato di essere la manager di Dio. Attualmente, dicono che si sia rifugiata negli Stati Uniti. Il suo lavoro ha un sacco di parole difficili. E’ una digital media, web 2.0 e social media strategist. Ma anche una buzz & word-of-mouth marketing expert. Più semplicemente: Alice è una creative thinker.

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Alice Avallone è nata il 15 dicembre 1984 ed è una criminale. Ha spiato le persone sui treni. Ha gestito un supermercato di persone in vendita. Ha favorito relazioni clandestine. Ha fatto navigare molti bambini. Ha accettato di essere la manager di Dio. Attualmente, dicono che si sia rifugiata negli Stati Uniti. Il suo lavoro ha un sacco di parole difficili. E’ una digital media, web 2.0 e social media strategist. Ma anche una buzz & word-of-mouth marketing expert. Più semplicemente: Alice è una creative thinker.

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