BROOKLYN’S FINEST – These streets have expiration date

8 April 2010

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Una strada buia, vicino a un cimitero. Un’auto solitaria, e due uomini che chiacchierano. Uno racconta una storia all’altro, una cosa che gli è successa: qualcuno si è fatto male, qualcun altro è finito in prigione. Al processo il giudice dichiara che ha difficoltà a prendere una decisione, perché è una faccenda in cui right e wrong si confondono. A volte si fanno cose sbagliate per motivi giusti, ma d’altronde capita anche di fare del bene senza davvero volerlo. È la vita, è ciò che accade ogni giorno. Il giudice, in cuor suo, farebbe volentieri a meno di pronunciarsi. Se potesse, si limiterebbe a osservare i suoi simili e le loro scelte, senza trarre conclusioni. Questo privilegio, però non spetta a lui, ma a noi spettatori di “Brooklyn’s Finest”, il nuovo lavoro di Antoine Fuqua, presentato all’ultimo Festival di Venezia e uscito di recente nelle sale americane.

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Il prologo del film sembra un invito a godere la storia come fosse una tragedia greca: uno scontro fra volontà che, pur essendo nel giusto, producono dolore. E in effetti c’è qualcosa di tragico in tutti e tre i protagonisti di questo film carica di pathos e tensione, che non risparmia scene crude e che offre un ritratto piuttosto cupo dell’umanità che popola Brownsville, una delle zone più problematiche di Brooklyn.

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Ethan Hawke è un poliziotto di origine italiana (Salvatore “Sal” Procida) impegnato in missioni pericolose, che spesso riguardano trafficanti di droga; ha due figli e altrettanti in arrivo, due gemelli, e la moglie sta male perché è allergica al legno della casa in cui vivono. Insomma, gli servono soldi, e nelle case in cui fa le retate ce ne sono sempre tanti; soldi che, evidenziano sia lui che i suoi colleghi, finiscono in un’anonima cassaforte federale. Non si potrebbe farne un uso migliore, si chiede Sal?

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Don Cheadle (Tango) è un poliziotto che lavora sotto copertura; è infiltrato in una gang del quartiere, lo stesso in cui è cresciuto, e uno dei boss di riferimento è un vecchio amico d’infanzia, che una volta gli ha anche salvato la vita: Wesley Snipes (Caz). Tango non ce la fa più. I pericoli arrivano da ogni direzione: le gang rivali; la sua; i poliziotti che quotidianamente lo fermano perché è nero, ha una bella macchina, e vive in un quartiere di merda. Ma il prezzo per tornare alla normalità è alto: deve tendere una trappola a Caz, consegnarlo alla polizia. Tango deve scegliere fra la sua vita e quella dell’amico. Cosa farà?

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Infine c’è Eddie (Richard Gere), e la sua sembra la più disperata delle tre vicende. Eddie lavora nella polizia da oltre vent’anni e sta per congedarsi. La mattina si sveglia, beve un whiskey e s’infila la pistola in bocca. Non sappiamo se è carica, ma quello di cui siamo certi è che non ha una gran voglia di vivere. Nella sua ultima settimana di lavoro gli tocca fare da tutor a un giovane agente ed Eddie cerca solo di far passare il tempo nella maniera più anonima e neutrale possibile. Eddie non ha famiglia né amici, e piace poco ai colleghi. La sua unica relazione decente con un altro essere umano è quella con Chantel, una prostituta. Eddie sembra non avere nulla da perdere, eppure, quando gli viene chiesto di modificare la sua testimonianza in un’indagine interna al dipartimento, lui rifiuta. Non sappiamo – e forse non lo sa neanche Eddie – per cosa lotta, cosa vuole dalla vita, però è sincero: lo è sia quando si punta addosso la pistola che nel rispondere a una commissione disciplinare. Anche nel suo caso, right and wrong sono categorie non scontate, da interrogare per capirci meglio qualcosa dell’animo umano.

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Le tre storie hanno per sfondo lo stesso ambiente: strade che, come dice Caz, hanno la data di scadenza scritta sopra. Le vicende di Eddie, Tango e Sal si svolgono nella stessa porzione di Brooklyn, ma non sono connesse. Scorrono parallele, per poi confluire – nel finale del film – in uno stesso spazio: le fatiscenti case Van Dyke, una serie di palazzoni in cui la polizia stessa, nella realtà, evita di passare troppo tempo.

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La struttura è ben congegnata, e il montaggio rivela molta intelligenza: i passaggi da una storia all’altra sono continui, ma non bruschi. Sorprendentemente, per un film che in fondo è d’azione, molte scene hanno un ritmo interno lento, o comunque che privilegia l’insistenza sulla stessa inquadratura anziché il continuo salto di campo e controcampo. Questa scelta ha il pregio di farci sentire i personaggi più vicini: spendiamo tempo con loro, percepiamo meglio i loro sentimenti, dubbi e dolori. E va anche detto che il gioco funziona perché gli interpreti sono veramente bravissimi. Oltre ai tre protagonisti e a Wesley Snipes, vanno citati almeno Shannon Kane, Ellen Barkin e Vincent D’Onofrio, che fa giusto un cammeo, ma resta impresso anche lui.

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Il film è ben scritto, ben diretto e ben recitato: i personaggi sono realistici ma, come nella tragedia greca, sono anche fortemente simbolici, poiché portano su di sé il peso di dubbi etici in cui tutti possiamo riconoscerci; la descrizione dell’ambiente è un po’ troppo “all’americana”, con poliziotti dal cognome italiano (ma dall’accento ridicolo) e spacciatori che indossano perfino più orecchini e catenazzi d’oro dei veri criminali che vivono a Brownsville – però si tratta di peccati veniali, che non intaccano davvero il godimento del film. E allora? Come mai, nonostante tutto, resta un pelino d’insoddisfazione? Confesso che potrebbe essere un limite personale, soggettivo, ma ho l’impressione che il film – passatemi il paradosso – funzioni troppo bene. C’e tensione, i colpi di scena sono forti, e le pistole non sparano a casaccio, ogni proiettile ha un motivo: eppure resta una sensazione di artificialità. È come se ogni cosa abbia un posto preciso: come se tutto, prima dei titoli di coda, sia stato incasellato e spiegato. Potrei dire che manca quel senso di incredulità che il giudice del prologo aveva provato davanti al caso in cui si era imbattuto: le cose troppo chiare sono anche le meno interessanti; quelle ambigue, invece, attirano il nostro sguardo. È molto clever impostare una storia sull’impossibilità di distinguere fra giusto e sbagliato, ma lo è meno tradire questa premessa e risolvere ogni ambiguità.

Leonardo Staglianò

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Leonardo Staglianò ha scritto racconti, romanzi, dichiarazioni d’amore, sfoghi di rabbia, numeri di telefono sui biglietti da un dollaro, curriculum veri e falsi, spettacoli teatrali, discorsi di ringraziamento per premi mai ricevuti, tesi di laurea, saggi critici, email sotto falso nome, preghiere, spot per il web, fumetti, applicazioni per cellulari, lettere di protesta, sceneggiature cinematografiche, parole sulla sabbia, sui muri e sulla neve. Alcune di queste cose hanno raggiunto il mondo esterno, altre sono rimaste private. In tutte, ci ha messo il cuore. Per far contenti la mamma e il papà, segnala inoltre che ha studiato Filosofia a Firenze, Tecniche della Narrazione alla Scuola Holden, Dramatic Writing alla Tisch School della NYU.

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