Shutter Island – E la neve cade, sui vivi e sui morti

15 March 2010

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Nel cinema esistono delle convenzioni che difficilmente cambieranno poiché hanno a che fare con il nostro inconscio, la parte più animalesca del nostro essere. Quando in un film – I mean, in un buon film – piove, ci sentiamo insieme sollevati e inquieti. Ciò che ci inquieta è la sensazione di sporco implicita nella pioggia: l’acqua che cade dal cielo suggerisce, in maniera del tutto irrazionale, che c’è dello sporco (del male?) da lavare. Allo stesso tempo, siamo sollevati dalla consapevolezza – altrettanto istintiva e immotivata – che dopo la pioggia verrà il sereno. L’acqua all’inizio rende tutto più complicato (abbiamo difficoltà a camminare, i vestiti sono più pesanti…), ma alla lunga purifica. Uno degli esempi più famosi è “Blade Runner”. Nel film di Ridley Scott piove sempre, praticamente fino alla fine, e infatti ci muoviamo in un mondo di bugie, violenza e dolore. Ma l’ultima sequenza è speranza allo stato puro, ed e è anche l’unico giorno di sole in tutta la storia.

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In “Shutter Island”, l’ultima fatica di Martin Scorsese, cadono continuamente cose dal cielo. Per proseguire nella metafora, è un mondo sporchissimo, lo stesso in cui si muove Teddy Daniels, un eccezionale – e ribadisco, eccezionale – Leonardo Di Caprio. Siamo nel 1954. Teddy è un federal marshal, un investigatore che si occupa di casi che coinvolgono detenuti, e in questa qualità viene inviato nell’isola cui fa riferimento il titolo, un ameno atollo al di là delle coste del Massachusetts. A Shutter Island c’è un penitenziario, ma si tratta di una prigione molto particolare: come ricorda il direttore, un inquietante Ben Kingsley, nel loro istituto vi sono “pazienti”, non carcerati. Si tratta di un luogo in cui vengono inviate persone che non solo sono state riconosciute colpevoli di un crimine, ma anche bisognose di aiuto psichiatrico. Kingsley stesso è uno psichiatra, e lo è pure il suo principale collaboratore, un medico di origine tedesca interpretato da un sempre efficace Max Von Sidow.

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Teddy è accompagnato da Chuck (Mark Ruffalo), un collega che non sembra avere grande esperienza: in ogni battuta lo chiama “boss”, a ricordare la gerarchia, e non c’è scena in cui non stia dietro al suo capo aspettando di sapere cosa intenda fare. L’indagine riguarda una detenuta (una paziente…) che a quanto pare è scomparsa nel nulla. Di lei si sa che era rinchiusa per aver ucciso i figli, affogandoli in un lago, e poco altro; era una tipa solitaria. La sua cella è stata trovata vuota, ma la porta era chiusa e la finestra sbarrata. Nessuno ha visto niente. Il direttore del carcere non è molto collaborativo, e pazienti e infermieri appaiono reticenti e spaventati.

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Ma accanto al mistero della donna scomparsa ce n’è un altro, forse ancora più cupo. Teddy ha perso la moglie, in un incendio. E, scopriremo presto, non è un caso che lui sia lì, a Shutter Island. La persona che ha scatenato l’incendio era un malato di mente, rilasciato proprio da questo istituto: Teddy ha fatto in modo che il caso della donna scomparsa fosse assegnato a lui. Per cui, accanto alle motivazioni ufficiale, il federal marshal ha un interesse più forte e privato per essere sull’isola. Infine, c’è un altro elemento che rende ancora più complessa la psiche del nostro eroe: è un reduce dalla Guerra. In particolare, era fra i soldati che hanno liberato gli ebrei rinchiusi ad Auschwitz: è stato tra coloro che hanno scoperto – con orrore immenso e stupore assoluto – la realtà dei campi di concentramento, e questa esperienza lo ha segnato, come emerge nei suoi nervosi scambi di battute con lo psichiatra tedesco. Sia il ricordo della moglie che quello degli ebrei trovati morti nel campo tormentano Teddy: nei suoi sogni chiede scusa più volte per essere arrivato tardi, per non aver impedito che il male accadesse. Se fosse arrivato prima, avrebbe portato via la moglie dalla casa in fiamme. O avrebbe trovato un ebreo in più ancora in vita, anziché morto assiderato a causa delle neve. E per inciso, nelle 48 ore circa della storia Teddy dorme – e sogna – molto spesso: la sua pena è continua e lacerante.

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In questo film, dicevamo all’inizio, il cielo non è mai terso, ma anzi scarica la sua rabbia su un mondo che ha bisogno di essere ripulito, e questo vale soprattutto per il personaggio di Di Caprio. C’è sempre qualcosa che cade, o ricade, sulla sua testa. Sull’isola piove giorno e notte, c’è addirittura un tornado, e l’investigatore rischia la vita a causa della furia della natura. Nei sogni in cui Teddy ricorda la moglie, tutto brucia, e la cenere nera vola leggera intorno al suo capo. In quelli legati ad Auschwitz abbiamo due tipi di “piogge”: la prima è fortemente simbolica e avviene in una delle casupole dei tedeschi; vari documenti volano sopra il corpo di un nazista morente, e il soldato Daniels, pur potendo accorciare la sua agonia, nega ogni aiuto. La seconda pioggia è all’esterno, ed è molto più fisica, materica: una vera e propria nevicata, che sembra cadere sui vivi e sui morti per appaiarli, per unirli nel dolore, come nel finale del meraviglioso racconto di Joyce, “The Dead” (I morti).

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Di Caprio è come bombardato di incubi, angosce e dolori, ma le sue spalle (di attore) sono decisamente larghe, e dopo vari film insieme è altrettanto chiaro che Scorsese sa cosa chiedergli e come ottenerlo. Tra le varie fonti d’ispirazione per il ruolo di Teddy Daniels c’è anche “Out of the Past”, un raffinato noir degli anni ’40 di Jaques Tourneur, e questo è solo un esempio che aiuta a dare l’idea di come l’esperienza e la cultura cinematografica di Scorsese possano tirare fuori il meglio da un talento puro come quello di Di Caprio. Io non ricordo di averlo mai visto così umano, così sinceramente “rotto” dentro, e non ho pudore di ammettere che sono uscito dal cinema con gli occhi lucidi, carico del suo dolore, ed è una cosa rara per un noir (o thriller psicologico). Ancor più rara se il regista è un tipo tosto come Scorsese.

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Parlando della regia, accanto a un editing (visivo e sonoro) impeccabile, bisogna ammettere che c’è qualche piccola caduta di stile: un paio di (facili) colpi ad effetto, una fotografia che – soprattutto nei sogni – perde in raffinatezza, e a dirla tutta anche alcuni passaggi della sceneggiatura sono discutibili. Ma il mio invito è quello di godervi questo film di pancia, come fosse un racconto di Dostoevskij. Come lo scrittore russo, Scorsese a volte perde in chiarezza logica, ma quello che vi presenta è un grumo di passioni completamente umane, e ad istinto – come per la pioggia – ne sarete inquietati e sollevati: vi turberà vedere le vostre angosce rappresentate nella fiction, ma sarà anche catartico. E come accade leggendo il finale del racconto di Joyce, uscirete dal cinema consapevoli che la neve che avete visto cadere presto si scioglierà, facendo rinascere le differenze: i vivi e i morti; i pazzi e i sani; gli innocenti e i colpevoli. Ma questo avverrà solo quando arriveranno i titoli di coda: fino ad allora Shutter Island vi terrà incollati alle vostre sedie. E ai vostri fantasmi.

Leonardo Staglianò

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Leonardo Staglianò ha scritto racconti, romanzi, dichiarazioni d’amore, sfoghi di rabbia, numeri di telefono sui biglietti da un dollaro, curriculum veri e falsi, spettacoli teatrali, discorsi di ringraziamento per premi mai ricevuti, tesi di laurea, saggi critici, email sotto falso nome, preghiere, spot per il web, fumetti, applicazioni per cellulari, lettere di protesta, sceneggiature cinematografiche, parole sulla sabbia, sui muri e sulla neve. Alcune di queste cose hanno raggiunto il mondo esterno, altre sono rimaste private. In tutte, ci ha messo il cuore. Per far contenti la mamma e il papà, segnala inoltre che ha studiato Filosofia a Firenze, Tecniche della Narrazione alla Scuola Holden, Dramatic Writing alla Tisch School della NYU.

1 commento for “Shutter Island – E la neve cade, sui vivi e sui morti”

  1. [...] Da qui possiamo vedere bene anche l’isola di Alcatraz. Immersa così tra le nuvole appare ancora più tenebrosa, ricordandoci il film Shutter Island con Leonardo Di Caprio. [...]

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Leonardo Staglianò ha scritto racconti, romanzi, dichiarazioni d’amore, sfoghi di rabbia, numeri di telefono sui biglietti da un dollaro, curriculum veri e falsi, spettacoli teatrali, discorsi di ringraziamento per premi mai ricevuti, tesi di laurea, saggi critici, email sotto falso nome, preghiere, spot per il web, fumetti, applicazioni per cellulari, lettere di protesta, sceneggiature cinematografiche, parole sulla sabbia, sui muri e sulla neve. Alcune di queste cose hanno raggiunto il mondo esterno, altre sono rimaste private. In tutte, ci ha messo il cuore. Per far contenti la mamma e il papà, segnala inoltre che ha studiato Filosofia a Firenze, Tecniche della Narrazione alla Scuola Holden, Dramatic Writing alla Tisch School della NYU.

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