Grazie al Cielo Vinicio Capossela e’ come Britney Spears

Vinicio Capossela ha due qualità innegabili, che non sempre troviamo riunite in uno stesso artista: la capacità di fare poesia e il senso dello spettacolo. Questo connubio, già raro di per sé, lo è ancora di più nel caso dei musicisti italiani. Per dirla molto schematicamente, ancora oggi agisce nel nostro immaginario la distinzione fra i cantanti seri, quelli che hanno qualcosa da dire, e tutti gli altri. Sempre tagliando con l’accetta, questa differenza è riscontrabile anche nello stile, nel modo di stare sul palco: i cantanti seri non fanno “spettacolo” nel senso più puro del termine, ma – sul modello di Bob Dylan – stanno tutto il tempo in piedi, immobili davanti al microfono con la chitarra in mano. Come Guccini, per capirci. E si chiamano “cantautori”.

Chiaramente si tratta di una generalizzazione, ma un altro argomento a supporto di questa idea è la confusione che si crea ogni volta che i critici, i giornalisti o i commentatori radiofonici usano la parola “cantautore”. Dato che il pubblico cambia, evolve il suo gusto e – soprattutto – ringiovanisce continuamente, è chiaro a tutti che quella categoria si è svuotata di senso. E tuttavia, invece di rigettarla, ce la ripropongono, ma in maniera “giovane”, “cool”. Non importa che tu faccia rap, reggae o hip hop: se nel tuo testo alludi al precariato dei giovani d’oggi, sei un cantautore. Esprimi il tuo sdegno verso Berlusconi? Well, sei automaticamente un cantautore. Ormai sei un cantautore anche se prendi in giro Biagio Antonacci (che, per inciso, per molti è lui stesso un cantautore).

Questa confusione, in realtà, sembra essere una conferma indiretta del fatto che ancora non ci siamo scrollati di dosso quel vecchio, e in fondo superato, pregiudizio. Lo stesso che mette in crisi gli addetti al settore quando si tratta di definire la musica di Vinicio Capossela. Che sia un poeta nessuno lo mette in dubbio… Ma con tutto quel casino che fa sul palco, come la mettiamo? Salta, balla, si traveste, coinvolge attori… I mean, se ci pensi bene sono le stesse cose che fa Britney Spears! E allora giù a stressare i confini della parola “cantautore”, fino a includere – in un futuro ormai prossimo – anche la povera starlette americana.

Con questi pensieri in testa, sabato scorso sono andato a (le) Poisson Rouge, un locale molto trendy nel cuore del Village, a due passi da Washington Square Park, per la seconda delle tappe newyorkesi di Capossela. E ho avuto la conferma di quello che sospettavo: gli americani, mi sono detto, ameranno Vinicio, e così è stato. Il pubblico era a maggioranza italiano a dire il vero, ma c’erano anche molti americani, e posso garantirvi che hanno apprezzato. Nella cultura americana, parole come “show” ed “entertainment” non hanno affatto una connotazione negativa. Chi sale sul palco preoccupandosi dell’umore del pubblico fa il suo dovere, anzi, quello è proprio il minimo sindacale. E Capossela questo istinto per la perfomance ce l’ha nel sangue, al punto da permettersi di scherzarci sopra, come dimostra l’inizio del suo spettacolo.

Sul palco compare il Mago Wonder, un eccentrico personaggio che è una presa in giro della figura stessa dell’intrattenitore: fa i giochi con le carte e i palloncini – e li sa fare, conosce vari trucchi! – ma è svogliato, fa tutto con sciatteria. E poi, all’improvviso, sorride, un sorriso forzatissimo, e getta coriandoli. Risate. Beve un sorso di birra, fuma una sigaretta, e riprende il suo show sgangherato. Al termine di un trucco, si scopre la pancia e su un grande tatuaggio leggiamo “Ta Dà”. Applausi, applausi. Quando ha finito per davvero, si abbassa i pantaloni e sulle natiche leggiamo, tatuato in grande: “The End”. Una mascalzonata alla Monicelli, degna del miglior Amici Miei, e infatti di nuovo tutti a ridere. Poi finalmente comincia il concerto, e Capossela non si risparmia: si rivolge al pubblico nel suo inglese maccheronico, e mette subito tutti a loro agio. La prima canzone è All’una e trentacinque circa, che racconta di una notte newyorkese, e anche se i ragazzi accanto a me non capiscono le parole, non hanno problemi a intuire che la canzone parla di un mondo simile a quello del locale in cui ci troviamo in quel momento: jazz, divanetti e gente in piedi, cameriere, sguardi, sorrisi, chimay, bacardi, tequila bum-bum… L’ospite porge un benvenuto ai suoi invitati, e il suo messaggio viene raccolto.
Ecco, io da quel momento in poi mi sono goduto il concerto, anzi, lo “spettacolo”. Ho riso degli improbabili cappelli – e delle ancor più improponibili code di sirena – indossate da Vinicio. Mi sono divertito a vederlo ballare il cha-cha-cha senza minimamente nascondere la pancia. E sono anche riuscito a non farmi venire l’orticaria per il kitschissimo rock portato in scena con maschere, pellicce e campanacci da pastore sardo (ma questo è un mio personale problema con tutto ciò che è vagamente “glocal” ed “etnochic”, come l’esaltazione della taranta, la riscoperta del lampredotto e l’esoticità del sud Italia – da cui provengo – agli occhi dei miei coetanei del nord, però questa è tutta un’altra storia). Mi sono goduto la serata e ho ringraziato Dio, o chi per lui, per quella perfetta comunione di intenti: un cantante insieme poeta e animale da palco, mai infettato da parole come “cantautore”, davanti a un pubblico che non considera il termine “entertainment” una parolaccia ma una qualità positiva.
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Vinicio Capossela, one of Italy’s most celebrated and best-selling artists, releases his latest album, The Story-Faced Man, now available digitally from the Nonesuch Store. This compendium offers American audiences an introduction to the music of the man described by the Sunday Times as “Italy’s greatest rock star” and by Mojo as “Italy’s most intriguing musical traveler.”
Category: VESTITO A FESTA




