ESCLUSIVA: Staten Island di James DeMonaco
STATEN ISLAND, New York. Sully (Ethan Hawke) si guadagna da vivere ripulendo fosse biologiche. Ogni sera torna a casa e deve farsi almeno due lunghe docce, se non di più, perché sua moglie Mary possa abbracciarlo senza tapparsi il naso. Mary ama Sully, vuole anche avere un bambino con lui, ma questo non evita che lo annusi. È proprio che Sully, poverino, puzza. E, in cuor suo, il nostro se ne vergogna. Sully è un bravo ragazzo, si vede. Non dev’essere molto istruito, e non è neanche un furbacchione. È un tipo un po’ naive, ma una cosa ce l’ha ben chiara in mente: suo figlio non sarà come lui. Costi quel che costi, dovrà essere migliore del padre. Ebbene, in città c’è una clinica che sperimenta un programma genetico: l’obiettivo è far nascere bambini più intelligenti della norma. Quando lo scopre, Sully è affascinato; Mary un po’ meno, anche perché c’è un grosso ostacolo: il trattamento costa parecchi soldi.

Sully ha un amico, Jasper (Seymour Cassel), un macellaio muto, e ogni tanto si confida con lui. Jasper ama il suo lavoro. Quando affetta il prosciutto e lo offre ai clienti sembra che danzi: i suoi gesti sono leggeri, il sorriso radioso. Ma ci sono giorni in cui, di colpo, si rabbuia. Periodicamente in negozio fa la sua comparsa un tipo alto e grosso, con occhialoni quadrati e un lungo impermeabile scuro. Quando lo vede, Jasper sa già cosa fare. Si ritira nel retrobottega e lascia che il tizio depositi un sacco nero sul suo tavolo da macellaio. Dentro quel sacco, ogni volta, c’è un nuovo cadavere. Jasper, con grande pena, taglia a pezzi il cadavere e cancella ogni prova della sua esistenza. Neanche Jasper sembra essere un tipo troppo svelto, e anche lui – come Sully – desidera una vita migliore. E per ottenerla trascorre tutto il suo tempo libero a fare calcoli per individuare il cavallo giusto su cui scommettere.

L’uomo occhialuto, alto e scuro che affida i cadaveri a Jasper si chiama Parmie (Vincent D’Onofrio), ed è un piccolo mafioso italoamericano. Parmie, lo abbiamo già capito, è capace di vera violenza, ma è anche una persona soggetta a improvvisi sbalzi emotivi. Ha una sola vera confidente, la madre, e quando le parla dei suoi sogni ha spesso gli occhi lucidi. Già, anche lui, come gli altri due protagonisti della storia, ha un sogno. Parmie vuole diventare il boss più potente dell’isola. Siamo a New York, ma l’isola in questione, signori, non è la wonderful Manhattan, bensì la sfigatissima Staten Island. Quella, per intenderci, dei pendolari che ogni giorno vanno al lavoro col traghetto, come faceva Melanie Griffith in “Una bionda in carriera”. O, se siete stati a New York, il quinto dei Five Boroughs, quello di cui si dimenticano sempre tutti, compresi gli stessi newyorkesi (Manhattan, Brooklyn, Bronx, Queens and… Oh, yes, Staten Island!). Appunto: the forgotten island.

Lo scrittore e regista di questo sorprendente esordio è James DeMonaco, uno “statenislandiano” puro, e la cosa non stupisce: la sua capacità di descrivere i luoghi e i personaggi è veramente efficace. Un esempio su tutti: Manhattan vista dai tre personaggi. Sia Sully che Jaspers che Parmie, almeno una volta nel film, guardano l’altra isola, e tutti e tre con un senso di invidia e – in fondo – di resa. Tutti e tre hanno dei sogni e lottano per realizzarli, e tuttavia sono anche coscienti che le loro saranno imprese piccole, confinate al microcosmo del loro mondo dimenticato. Ognuno dei tre osserva i grattacieli di Wall Street, e ognuno con una diversa tonalità emotiva, e da un diverso punto dell’isola. Si tratta di nuances, ma piace evidenziarle perché danno l’idea di quanto bene DeMonaco conosca quel posto e la vita delle persone che lo abitano.

Come avrete potuto intuire dalla presentazione dei tre protagonisti, però, il regista non vuole portarci a Staten Island per cantare romanticamente la sua terra: tutt’altro! L’originalità del film non risiede tanto nella sua ambientazione, quanto nella sua struttura narrativa e nella coraggiosa scelta di mischiare diversi generi cinematografici. DeMonaco, con intelligenza, ha scelto un luogo che conosceva bene per raccontare una storia inedita in maniera inusuale. È quella la sua vera sfida, e – lo anticipiamo subito – a nostro avviso l’ha vinta. Proviamo a essere più chiari.

Il film ha una struttura a episodi, per cui è come guardare tre cortometraggi, uno dopo l’altro: tre storie piccole, ognuna con un tono e un protagonista diverso. Dapprima seguiamo Parmie e il suo tentativo di ascesa al potere, e qui siamo decisamente nel filone dei gangster movies, ma virato in una tonalità sottilmente surreale e sopra le righe. Si potrebbe pensare a Tarantino, ma la relativa lentezza del ritmo, unita alla non semplice psicologia del personaggio (resa bene da un ottimo Vincent D’Onofrio), ci ha fatto venire in mente l’ironia di Wes Anderson più che l’autore di Pulp Fiction. La seconda storia è quella di Sully, e – con un certo stupore – ci ritroviamo nel territorio del melodramma. Sembrerebbe un gran salto, ma Ethan Hawke è sincero e credibile come non lo vedevamo da tempo; ci lasciamo coinvolgere dalla sua storia, e il senso di unità è comunque garantito dal fatto che anche la sua vicenda ha un risvolto criminale. Infine c’è Jasper, e – se ancora avevamo dubbi – la sua prova ci convince definitivamente che questo è un film speciale. L’episodio di Jasper è ispirato alle commedie dell’epoca del muto, e la grazia e la leggerezza dell’interpretazione di Cassel è davvero una meraviglia per gli occhi. C’è una scena che è un esplicito omaggio al “Grande Dittatore” di Chaplin: la riconoscerete subito, e vi rapirà, ne siamo certi.

La seconda peculiarità della struttura del film è che i tre corti si intersecano, per cui è come seguire tre versioni parziali di un’unica storia. Sotto questo aspetto DeMonaco è sicuramente debitore di Tarantino, poiché le tre vicende avvengono in archi temporali differenti, e questo rende il film un piccolo puzzle: in ogni episodio abbiamo anticipazioni riguardo gli altri due, oppure scopriamo cose che erano successe prima e di cui non eravamo a conoscenza. Allo scopo di rendere più esplicito e comprensibile il meccanismo, l’autore inserisce un chiaro punto di riferimento: una scena, una sola, in cui compaiono tutti e tre i protagonisti. La scena è rivista più volte nel film, dal punto di vista di ognuno dei nostri tre eroi, e questo ci aiuta a mettere definitivamente ordine nella trama. Anche il gioco di rimandi temporali, dunque, è gestito in maniera soddisfacente, e contribuisce al fascino del film: non sono solo le nostre emozioni a essere stimolate, ma anche il nostro cervello, e il tutto in maniera misurata, senza cadere nell’intellettualismo.
Un’ultima annotazione. Il film non è una produzione americana, come si potrebbe pensare, ma francese: è l’EuropaCorp di Luc Besson ad averlo voluto e finanziato, e se avrete modo di ascoltare il commento del regista e degli attori nel dvd del film (sì, esatto, in America è già passato dai cinema, e c’è già il dvd! Come corrono qui, eh?) avrete un assaggio della loro sincera meraviglia per la libertà creativa di cui hanno potuto godere. Siamo cresciuti con l’idea che siano le danarose produzioni americane a cercare professionisti europei da inserire nel loro mercato, adeguandoli agli standard hollywoodiani. Questo film, relativamente piccolo, sembra suggerire che sia possibile fare anche il contrario: garantire la libertà creativa dell’autore europeo ai professionisti americani, per educazione e tradizione sensibili alle esigenze del pubblico, e ottenere un risultato valido. Che sia questa la giusta sintesi fra l’intellettualismo europeo e la praticità – spesso spicciola – degli americani?
Leonardo Staglianò ha scritto racconti, romanzi, dichiarazioni d’amore, sfoghi di rabbia, numeri di telefono sui biglietti da un dollaro, curriculum veri e falsi, spettacoli teatrali, discorsi di ringraziamento per premi mai ricevuti, tesi di laurea, saggi critici, email sotto falso nome, preghiere, spot per il web, fumetti, applicazioni per cellulari, lettere di protesta, sceneggiature cinematografiche, parole sulla sabbia, sui muri e sulla neve. Alcune di queste cose hanno raggiunto il mondo esterno, altre sono rimaste private. In tutte, ci ha messo il cuore. Per far contenti la mamma e il papà, segnala inoltre che ha studiato Filosofia a Firenze, Tecniche della Narrazione alla Scuola Holden, Dramatic Writing alla Tisch School della NYU.












